C’è una canzone che, quando ero alle elementari, mi ha letteralmente cambiato la vita: “I Want It All” dei Queen. Non esagero. È stata una delle prime volte in cui ho sentito una chitarra elettrica fare quello che faceva l’assolo finale di quel brano e ho pensato: ecco, io voglio fare questo. Probabilmente senza quell’assolo oggi non insegnerei chitarra.
In questo video torno proprio lì, su Brian May e sull’assolo di “I Want It All”, per rispondere a una domanda che mi porto dietro da sempre: qual è la differenza tra uno che “se la cava” bene e un fuoriclasse assoluto?
Ti anticipo che non c’entra la velocità delle dita, e nemmeno la teoria. C’entra qualcosa di molto più profondo, che ho ritrovato in un attore come Leonardo DiCaprio e persino nella lavorazione di “Thriller” di Michael Jackson. Prima però guarda il video, poi ci ritroviamo qui sotto per l’analisi completa.
La canzone che mi ha fatto prendere in mano la chitarra
Da quando è uscito Bohemian Rhapsody e Rami Malek ha vinto l’Oscar interpretando Freddie Mercury, i Queen sono tornati prepotentemente al centro dell’attenzione. E con loro, ovviamente, anche Brian May, che negli ultimi tempi si è ritrovato spesso al centro di polemiche sui social per una cosa o per l’altra. Io di tutto questo non voglio parlare. Voglio riportare l’attenzione su una cosa sola: Brian May chitarrista e artista. Perché su quel piano, e lo dico senza giri di parole, è un genio inimitabile.
Piccola premessa, perché serve a capire tutto il resto. La maggior parte delle persone conosce l’assolo di “I Want It All” nella versione dei Greatest Hits, che è tagliata, accorciata. L’assolo vero, quello completo, sta sull’album originale, The Miracle del 1989. È una cosa diversa: più lungo, più costruito, con una struttura tutta sua. Ed è quello di cui ti voglio parlare, perché è lì che si vede davvero la mano dell’artista.
Nel video prendo la mia chitarra e provo a suonartelo. Uso una elettrica di un bel verde acqua e mi impegno parecchio. A un orecchio poco allenato può sembrare una buona esecuzione. E invece no. Per gli standard di un fuoriclasse, la mia versione non arriva nemmeno alla sufficienza. È un FAIL, e nel video ci ho messo pure il timbro sopra. Non lo dico per falsa modestia: lo dico perché la distanza tra la mia esecuzione e l’originale è esattamente l’argomento di questo articolo.
Cosa distingue davvero un fuoriclasse da uno bravo e basta
Facciamo un passo indietro e ragioniamo. Uno che “se la cava” impara le note dell’assolo, le mette a tempo e le suona. Fine. Ed è già tanta roba, sia chiaro. Ma un fuoriclasse gioca un altro campionato, e secondo me la differenza sta tutta in due cose.
- La cura maniacale del dettaglio, anche di quei dettagli che sembrano inutili e che la maggior parte delle persone non nota nemmeno a livello cosciente. Il cervello però li percepisce, eccome. E li registra come “veri”, profondi, di qualità altissima.
- L’innamoramento del risultato finale. Il fuoriclasse è talmente ossessionato dall’opera che vuole tirare fuori, che è disposto a fare cose straordinarie, a volte apparentemente assurde, pur di ottenerla. Senza scendere a compromessi.
La cosa bella è che questo principio non riguarda solo la chitarra. Vale per qualsiasi arte, qualsiasi mestiere. E per farti capire meglio cosa intendo, prima di tornare su Brian May voglio portarti fuori dalla musica per un attimo. Fidati, ha senso.
Il naso di DiCaprio e il sangue di Django: la cura del dettaglio invisibile
Prendi Leonardo DiCaprio. In The Wolf of Wall Street c’è una scena in cui il personaggio di Jonah Hill gli confida una cosa piuttosto disturbante sulla propria vita privata. Il personaggio di DiCaprio annuisce, fa buon viso, resta cordiale. Ma se guardi bene, mentre annuisce si tocca e si sfrega il naso.
Non è un caso. Quando dentro di noi c’è una dissonanza tra quello che mostriamo e quello che davvero proviamo, il cervello genera delle micro-tensioni nervose sul viso, spesso proprio intorno al naso. È linguaggio del corpo inconscio. DiCaprio lo sa e lo mette lì, di proposito, in un gesto di mezzo secondo che il 99% del pubblico non registra coscientemente. Ma il tuo inconscio sì. Ed è per quello che quella recitazione ti sembra vera fin nelle ossa.
Il secondo esempio è ancora più forte, e riguarda il punto numero due: l’ossessione per il risultato. In Django Unchained, nella celebre scena della cena, DiCaprio sbatte la mano sul tavolo con violenza e rompe un bicchiere, tagliandosi davvero. Sanguina, e non poco. Un attore normale a quel punto direbbe “stop”, si fascia la mano e si rigira la scena. Lui no. Capisce all’istante che quel sangue vero, quel dolore reale, stanno dando alla scena una carica che nessuna finzione potrebbe darle. Continua a recitare. Anzi, arriva a spalmarsi il proprio sangue sul viso della co-protagonista. Il risultato è uno dei momenti di cinema più intensi degli ultimi vent’anni.
Ecco: la cura del dettaglio che nessuno vede, e l’innamoramento totale per il risultato finale. Tienili a mente, perché ora torniamo alla chitarra e li ritroviamo identici.
Michael Jackson, “Thriller” e un debito segreto con i Queen
Prima però un altro aneddoto, perché è troppo bello per non raccontartelo. Durante la lavorazione di “Thriller”, l’album più venduto della storia, Michael Jackson lavorava con lo stesso identico rigore. Passava le notti sveglio a studiare le tracce e memorizzare ogni singola parola, ogni intenzione, prima di entrare in cabina. E registrava le voci al buio completo, per eliminare qualsiasi stimolo visivo e concentrarsi solo sull’emozione da mettere nel canto. Scrisse una trentina di brani, ne scartò ventuno e ne pubblicò nove. Solo il meglio del meglio.
E qui arriva il colpo di scena che ai fan dei Queen fa un certo effetto. Jackson dichiarò che la sua principale fonte di ispirazione per “Thriller” fu Hot Space dei Queen. Sì, proprio quell’album che tanti fan storici della band considerano uno dei loro peggiori, perché troppo lontano dal rock e troppo dentro l’elettronica e la black music. Michael, invece, rimase folgorato dal coraggio dei Queen di sperimentare. Morale: quello che qualcuno liquida come un “passo falso” può essere la scintilla che accende il capolavoro di qualcun altro. Il coraggio artistico paga sempre, anche quando lì per lì non sembra.
Dentro l’assolo di “I Want It All”: tre dettagli che cambiano tutto
Adesso veniamo al dunque. Ho analizzato l’assolo di Brian May al microscopio e ho isolato tre dettagli tecnici. Sono microscopici, quasi invisibili. Ma sono esattamente quelli che separano la mia esecuzione “da FAIL” dall’originale.
1. Le note di passaggio velocissime
Prima di atterrare su una nota lunga e vibrata, Brian May non fa mai una scaletta lineare e pulita da manuale. Nel mezzo infila degli abbellimenti, degli accenni di note rapidissime, dei micro-legati e slide che collegano una frase all’altra. Sono note “di passaggio” che durano un istante e che ti perdi completamente se ascolti distratto.
Il problema è che senza quelle note l’assolo si spegne. Nel video te lo faccio sentire: prima suono la versione “semplificata”, con le sole note principali, e ti accorgi subito che suona secca, spoglia, senza vita. Poi ci rimetto dentro le note di passaggio di May e all’improvviso torna quella fluidità quasi vocale, come se la chitarra stesse davvero cantando. Sono dettagli che nessuno nota, ma che tutti sentono.
2. Il bending calcolato al millesimo di secondo
Il bending è quella tecnica in cui tiri fisicamente la corda per alzare l’intonazione della nota. Sembra una cosa semplice, un interruttore acceso-spento. Non lo è per niente. Il bending ha infinite variabili, e Brian May le controlla tutte.
- La velocità di salita: quanto tempo impieghi ad arrivare alla nota d’arrivo. Può essere un bending lento e trattenuto oppure fulmineo, e cambia tutto.
- La precisione dell’intonazione: arrivare esatto a mezzo tono, a un tono, a un tono e mezzo. Oppure fermarsi un pelo calanti, di proposito, per dare quell’effetto teso e bluesy.
- I bending calanti: partire da una nota già tirata e lasciarla scendere, un altro colore ancora.
Ogni singolo bending di questo assolo è studiato a tavolino. Non c’è niente di casuale, nessun istinto lasciato al caso. C’è una scelta espressiva precisa dietro ognuno, calcolata per incastrarsi al millesimo con la melodia e con la base sotto. È per questo che l’assolo, da solo, sembra già un’opera compiuta e non un riempitivo tra una strofa e l’altra.
3. Il plettro che è una moneta: il “brevetto” da sei pence
E qui c’è il dettaglio più folle di tutti. Brian May non usa un plettro di plastica. Suona, da sempre, con una vecchia moneta britannica da sei pence. Non è una bizzarria da collezionista: è il vero e proprio brevetto del suo suono.
La plastica è flessibile e ammorbidisce l’attacco della nota. Il metallo di una moneta, invece, è rigido e restituisce un attacco nitido, brillante, quasi graffiante. Ma il vero segreto è il bordo zigrinato della moneta. Inclinandola leggermente rispetto alle corde, quella zigrinatura sfrega contro l’avvolgimento della corda e tira fuori una quantità di armoniche pazzesca, un attacco ruvido e vocale che con un plettro normale non ottieni in nessun modo. È quel dettaglio, più di ogni altro, che trasforma una corda di metallo in una voce che urla.
Non un assolo qualsiasi: il riff scritto apposta e il gioco stereo
Passiamo al secondo pilastro, l’innamoramento per il risultato finale. Qui Brian May fa una cosa che quasi nessuno farebbe. Di solito un assolo si appoggia sopra la struttura che c’è già: prendi il giro di accordi del brano e ci suoni sopra. Comodo, veloce, funziona.
Lui no. Per l’assolo di “I Want It All” scrive una sezione ritmica completamente nuova. Sotto la chitarra solista non c’è il solito groove della canzone, ma un riff heavy, granitico, sincopato, costruito da zero solo per quel pezzo. Cambia persino il modo di suonare della batteria, per creare un climax che sale, sale e sale finché esplode con il rientro della voce di Freddie Mercury. Tutto questo per un pezzo di canzone che dura pochi secondi. Ecco l’ossessione per il risultato di cui ti parlavo.
E non è finita. Nel finale dell’assolo la chitarra non se ne sta ferma al centro del mix. Il suono rimbalza da sinistra a destra, canale destro e canale sinistro, in un botta e risposta serratissimo con le tastiere synth. Tecnicamente è un effetto semplice da realizzare in studio. Ma pensarlo, metterlo lì per destabilizzare l’ascoltatore e alzare l’adrenalina un attimo prima dell’esplosione finale, quella è pura genialità di arrangiamento. Sono scelte che non “capiti” per caso: le fai perché ami il risultato più di ogni scorciatoia.
La Red Special: la chitarra nata da un caminetto
A questo punto non ti stupirà sapere che anche lo strumento di Brian May è frutto della stessa mentalità. Da ragazzo, nei primi anni Sessanta, non poteva permettersi una Fender o una Gibson. Così, invece di accontentarsi, si costruì la chitarra da solo insieme a suo padre Harold. La chiamano la Red Special, o “The Fireplace”, il caminetto.
Il nome non è un vezzo: il collo fu ricavato dal legno di mogano di un vecchio caminetto del Settecento destinato alla demolizione. I segnatasti sulla tastiera vennero da vecchi bottoni di madreperla della madre. Il sistema di tremolo fu progettato con la molla di una sella di motocicletta e un ago da maglia usato come leva. Un lavoro artigianale, fatto in casa, curato in ogni singolo dettaglio per risuonare in modo controllato con il feedback degli amplificatori. Il risultato è uno strumento dal suono unico al mondo, che nessuna chitarra di serie potrà mai replicare. Anche lì: dettaglio, dedizione, e nessun compromesso.
Cosa possiamo rubare a Brian May
Alla fine il “segreto” di Brian May non è la velocità delle dita e non è la teoria complicata. È il modo in cui tratta ogni singola nota come se fosse la cosa più importante del mondo in quell’istante. La moneta da sei pence per scolpire l’attacco, il bending misurato al millesimo, le note di passaggio invisibili, il riff scritto apposta per l’assolo, la chitarra costruita a mano da un caminetto. Presi uno per uno sembrano capricci. Messi insieme sono ciò che trasforma un ottimo chitarrista in una leggenda immortale.
E la cosa più importante è che questo modo di ragionare non è riservato ai geni. Puoi applicarlo tu, da domani, a qualsiasi pezzo tu stia studiando: fermati sui dettagli che credi non contino, curali, innamórati del risultato che vuoi ottenere e non accontentarti della prima versione “che suona”. È lì, in quello spazio piccolissimo, che si nasconde la differenza tra suonare le note giuste e fare musica. E tu, cosa ne pensi dello stile di Brian May? Scrivimi la tua nei commenti sotto il video: se hai letto tutto fino a qui, aggiungi l’hashtag #HVT (“Ho Visto Tutto”) così ci riconosciamo tra chi le cose le guarda davvero fino in fondo.



