Puoi avere un bending perfettamente intonato, una plettrata pulita, una buona velocità e un ottimo controllo dello strumento. Eppure, appena inizi a improvvisare, può succedere una cosa strana: quello che suoni è corretto, ma non arriva davvero.
È una situazione che incontro abbastanza spesso, soprattutto tra gli studenti che hanno dedicato molto tempo alla tecnica.
Si cerca il movimento giusto della mano, la massima pulizia possibile, il bending perfetto, qualche BPM in più sul metronomo.
E sono tutte cose importanti: non voglio assolutamente sminuire il lavoro tecnico.
Il problema arriva quando iniziamo a considerare questi parametri come l’unica misura dei nostri progressi.
A un certo punto vale la pena fermarsi e chiedersi una cosa molto più semplice: quello che sto suonando comunica davvero qualcosa?
👋 Sono Enrico Magno, insegnante certificato Chitarra Facile, diplomato alla Lizard di Torino e presso Rockschool. Nel caso volessi seguire delle lezioni di chitarra private con me, o gli altri maestri certificati della scuola: clicca qui.
La Tecnica Serve, Ma Deve Portarti da Qualche Parte
Avere una buona tecnica significa riuscire a eseguire con meno difficoltà quello che abbiamo in testa. Più controllo abbiamo sullo strumento, più possibilità di espressione abbiamo a disposizione. Questo è indiscutibile.
Ma velocità, pulizia e precisione non ci dicono automaticamente quanto siamo cresciuti dal punto di vista musicale. Me ne sono accorto anche personalmente.
Per un periodo sono stato molto concentrato sulla tecnica. Studiavo tanto, cercavo velocità e precisione e riuscivo a suonare scale in sedicesimi anche fino a 200 BPM. Ero soddisfatto del risultato, ovviamente.
Poi però mi sono reso conto di una cosa abbastanza scomoda: probabilmente sarei riuscito a eseguire quelle scale velocemente, ma avrei avuto molte più difficoltà se qualcuno mi avesse messo davanti a un giro di accordi semplice chiedendomi di improvvisare qualcosa di convincente.
Quello per me è stato un punto di svolta importante. Ho iniziato a capire che avere gli strumenti per esprimersi e avere qualcosa da dire con quegli strumenti sono due cose totalmente diverse.
Il Problema, Spesso, Parte da Quello che Ascoltiamo
Una delle situazioni che noto più spesso è vedere chitarristi tecnicamente molto preparati che, appena devono improvvisare, finiscono per utilizzare sempre gli stessi pattern: le note sono pulite, i bending sono intonati, la tecnica c’è.
Ma manca una direzione melodica e quella capacità espressiva che trasforma quello che stiamo suonando in musica, invece che in una semplice dimostrazione tecnica.
Una delle cause, secondo me, è spesso molto semplice: si ascolta poca musica.
E sembra quasi un paradosso, visto che stiamo parlando di persone che dedicano moltissimo tempo a uno strumento musicale. Per ascoltare, però, non intendo semplicemente avere Spotify in riproduzione mentre facciamo altro.
Intendo iniziare a prestare attenzione a quello che ci colpisce.
Perché quella frase di un chitarrista ci piace così tanto? Perché quel bending ci provoca una determinata sensazione? Perché tre note messe nel punto giusto riescono a emozionarci più di una lunga sequenza velocissima?
Sono domande che, secondo me, valgono quasi quanto molti esercizi.
Quando ascolti veramente un musicista inizi a capire cosa genera quelle sensazioni che ti arrivano mentre lo senti suonare.
E, con il tempo, quelle informazioni finiscono gradualmente anche nel tuo modo di suonare.
Naturalmente il poco ascolto non è l’unica causa.
Può esserci troppo studio basato su esercizi isolati, poca improvvisazione, poca esperienza nel suonare con altri musicisti o semplicemente poca abitudine ad ascoltarsi davvero.
Un esercizio ti dice cosa devi fare. Quando improvvisi, invece, devi scegliere.
Ed è lì che vengono fuori le lacune musicali che la tecnica da sola non riesce a nascondere.
Suonare Meno può Farti Comunicare di Più
Un’altra cosa che vedo spesso negli studenti è la necessità di riempire ogni spazio. Una frase finisce e ne parte immediatamente un’altra. Poi un’altra ancora.
Magari è tutto tecnicamente corretto, ma dopo un po’ diventa difficile persino capire quale fosse davvero l’idea musicale.
Il silenzio fa parte del fraseggio esattamente come le note. Una pausa può dare più importanza alla frase precedente, creare attesa oppure semplicemente lasciare respirare la musica.
Lo stesso succede con la dinamica.
Se ogni nota viene suonata con la stessa intensità, anche una frase interessante può diventare piatta. Basta invece cambiare leggermente il tocco, accentare una nota o farne quasi scomparire un’altra per ottenere un risultato completamente diverso.
E poi c’è il timing.
Una frase non cambia solo in base alle note che scegli, ma anche in base a dove e quando decidi di suonarle.
Dinamica, silenzi e timing sono aspetti meno immediati da mostrare in un video di trenta secondi rispetto a una tecnica velocissima. Ma quando ascolti qualcuno che riesce davvero a comunicare, sono spesso proprio queste cose a fare la differenza.
Copiare è Utile. Fermarsi a Copiare, Molto Meno
Trovare una propria identità musicale non significa inventare qualcosa che nessuno abbia mai suonato prima. Tutti partiamo copiando. Sentiamo un chitarrista che ci piace e proviamo il suo vibrato. Impariamo un lick. Cerchiamo di ricreare un determinato suono o di capire perché costruisce una frase in un certo modo.
Lo faccio anch’io e continuerò probabilmente a farlo sempre.
La differenza arriva quando inizi ad avere più influenze. Prendi qualcosa da un chitarrista, qualcosa da un altro, magari poi ascolti un cantante e ti colpisce il modo in cui costruisce una melodia. Oppure una linea di sassofono, un arrangiamento, un genere che normalmente non suoneresti mai.
A poco a poco quelle cose si mischiano. E lì inizia a emergere qualcosa che assomiglia sempre di più al tuo modo di suonare.
Per questo penso che la curiosità musicale sia fondamentale. Ascoltare sempre gli stessi chitarristi o sempre lo stesso genere può funzionare per un periodo, ma prima o poi rischia di limitare molto il nostro vocabolario.
Non devi necessariamente voler suonare tutto quello che ascolti. Devi semplicemente dare alla tua testa più materiale possibile da elaborare.
Qualche Modo Concreto per Allenare la Musicalità
Non serve smettere di studiare tecnica. Anzi.
La soluzione, secondo me, è semplicemente affiancarle una parte di studio in cui l’obiettivo non sia eseguire qualcosa nel modo più difficile possibile, ma farlo suonare bene davvero.
Puoi provare, per esempio, a registrarti mentre improvvisi e riascoltarti senza la chitarra in mano. È un esercizio molto utile perché mentre suoniamo siamo concentrati su troppe cose; quando riascoltiamo, invece, possiamo finalmente comportarci da ascoltatori.
Un altro esercizio che trovo utile è improvvisare usando pochissime note. Tre o quattro possono bastare. Togliendoti la possibilità di correre continuamente sulla tastiera sei costretto a concentrarti su ritmo, bending, vibrato, dinamica e pause.
E quando studi un assolo che ti piace, prova ogni tanto a non chiederti soltanto come viene suonato. Chiediti anche perché funziona.
Perché quella frase arriva proprio lì? Perché il chitarrista aspetta prima di ripartire? Perché quella nota viene tenuta più a lungo?
Sono dettagli piccoli, ma spesso contengono molta più musica di quanto sembri.
Conclusione
La tecnica rimane fondamentale. Più controllo hai sullo strumento, più possibilità hai per esprimerti.
Ma la tecnica serve ad esprimerti, non è il fine.
Puoi passare anni a perfezionare ogni movimento e continuare comunque a percepire che manca qualcosa. E quel qualcosa non sempre si risolve aggiungendo un altro esercizio tecnico.
A volte serve ascoltare più musica. A volte serve lasciare uno spazio. A volte serve smettere di pensare a quante note possiamo suonare e iniziare a scegliere quelle che hanno davvero senso in quel momento.
Alla fine, chi ti ascolta non sa quanti BPM riesci a raggiungere con una scala. E probabilmente non gli interessa nemmeno.
Sente semplicemente se quello che stai suonando gli arriva oppure no.




